I risultati di queste elezioni amministrative impongono qualche brevissima considerazione.
Come sempre tutti sono soddisfatti del verdetto delle urne, tanto che sembra che ne siano usciti solo vincitori e nessun vinto. Contento è il PDL, perché è vero che a Milano è andato al ballottaggio, ma è sicuro di vincere al secondo turno; contento è il PD, perché a Milano è andato al ballottaggio e questa è già di per sé una vittoria; raggianti il Movimento 5 stelle e l’IDV, che a Napoli con l’eclatante exploit di De Magistris ha dato un segnale di presenza forte al proprio elettorato. Soddisfatto il Terzo Polo, che adesso si ritiene determinante per le sfide dei secondi turni.
Ebbene, in questa ebbrezza generale e in questo corale delirio di vittoria, la mia voce risulterà leggermente stonata e fuori dal coro: io non sono soddisfatta, per niente.
Non sono soddisfatta del risultato del FLI, che a Torino non ha raggiunto nemmeno l’1,5%; non sono soddisfatta del Terzo Polo, al cui candidato sindaco non è andato neppure il 5% dei voti; e non sono soddisfatta del numero di preferenze che a me personalmente sono state accordate, che attestandosi su 108 mi hanno portato al sesto posto su quaranta della mia lista, prima ed unica donna del partito ad aver ottenuto un numero a tre cifre alla sua prima esperienza elettorale.
Da Roma si congratulano e mi invitano a non abbattermi. Io non mi abbatto e nuovamente ringrazio i 107 che mi hanno votato (la 108esima sono io) eppure, al di là del magro esito di questa tornata elettorale, ritengo sia opportuno ed utile fare qualche seria riflessione per il futuro, non solo a livello locale, ma anche, spero, al livello centrale del Partito.
Questo per me non è stato che l’inizio. Intendo continuare il mio impegno politico in prima persona, perché ci credo, perché penso che sia giusto farlo, perché spero di poter contribuire, in piccola parte, ad estirpare la pessima opinione che la gente ha della politica, e per restituirle almeno un po’ della sua antica dignità.
Negli ambienti politici si sente spesso l’espressione, che personalmente trovo odiosa, secondo la quale «bisogna parlare alla pancia della gente». Per parte mia sono convinta che sia ora di smettere di «parlare alla pancia» (qualunque cosa significhi questo ridicolo modo di dire), e cominciare a parlare alla testa ed al cuore. Il che significa dare un contenuto concreto agli slogan con cui, fino ad ora, ci si è solo riempita la bocca.



