giovedì 28 aprile 2011

Marchionne, chiacchiere e distintivo

Sono stata una convinta sostenitrice della rivoluzione contrattuale di Marchionne, ho condiviso con lui la necessità di riformare i metodi della contrattazione in fabbrica alla luce dei nuovi scenari internazionali e nel nuovo contesto mondiale globalizzato. Ho creduto alle parole dell’amministratore della Fiat, che promettevano rilevanti investimenti per Mirafiori e dunque garantivano la conservazione di una significativa struttura produttiva sul territorio, che da sempre rappresenta la culla dell’automotive italiano. Poi, qualche giorno fa, la delusione cocente. Nell’intervista andata in onda su Rai Tre per il programma Report dal salone di Ginevra, un Marchionne sopra le righe, dall’aria annoiata e saccente, alla legittima domanda «a quando il miliardo d’investimenti per Mirafiori?» ha risposto candidamente, come se fosse la cosa più ovvia del mondo: «Con la vendita delle auto prodotte». Basisco e strabilio.
Quando
ho sostenuto il SÌ al referendum su Mirafiori – e l'ho fatto anche con un accorato articolo pubblicato sul sito Persona e Danno –  ringraziando tutti coloro che avevano avuto la forza ed il coraggio di dire quel SÌ, mi facevo forte della convinzione che l’azionariato Fiat si stava impegnando con un miliardo di Euro d’investimenti, e dunque dava dimostrazione concreta della volontà di voler rilanciare il polo torinese dell’auto. Mai più avrei pensato che l’investimento dovesse essere realizzato con il cash-flow prodotto dalle vendite: dove sta allora lo sforzo della Società? Sono capaci tutti a finanziare con gli utili prodotti, utili in questo caso ottenuti grazie alla rinuncia di diritti da parte dei lavoratori, diritti acquisiti in tanti anni di lotte sindacali, per consentire un rilancio della loro fabbrica sul territorio.
E no, caro Dott. Marchionne, così non va. Gli impegni sono impegni, e
non è corretto fare il gioco delle tre carte col destino di migliaia di operai e della stessa città di Torino. A questo punto anche l’affermazione secondo la quale «la testa rimane a Torino, mentre il cuore produttivo si sviluppa nel mondo» non risulta più né chiara né credibile, una frase tanto potente ed immaginifica quanto priva di effettivo significato. La città si aspetta che venga fatta chiarezza, e se Marchionne vuole riacquistare credibilità deve dire apertamente se la Fiat rimane a Torino o se trasferisce i suoi interessi oltreoceano.

Vediamo tutti con quali risorse gli Stati Uniti siano intervenuti per rilanciare Chrysler e capiamo quanto ciò significhi per Fiat, ma Marchionne non può dimenticare finanziamenti altrettanto ingenti  che la Società torinese ha ottenuto dall’Italia nei decenni passati, soldi veri che hanno sostenuto il Gruppo in momenti di difficoltà. In compenso il presidente Obama per aprire i cordoni della borsa ha richiesto ed ottenuto piani di sviluppo molto dettagliati; dov'è la stessa accuratezza nell'informazione riguardo il rilancio della produzione italiana? I sacrifici accettati dai lavoratori di Torino meriterebbero risposte altrettanto chiare e documentate. Stesso discorso vale riguardo la trattativa per il futuro della ex-Bertone: si accusa il sindacato di essere critico, ma i piani industriali visti finora restano  criptici e fumosi.
Dove sono, Signor Amministratore Delegato, i nuovi modelli di auto? Qual è la tempistica dei nuovi rilasci? Le case automobilistiche europee presentano nuovi modelli tutti i giorni, ma intorno a quelli della Fiat, veri o presunti che siano, aleggia il più fitto ed assoluto mistero. Oppure si pensa ad altri sistemi per
recuperare quote di mercato, sistemi che non presuppongono l'uscita di nuovi prodotti?
Il sospetto è che tutta questa cagnara del referendum di Mirafiori si stia rivelando un colossale «molto rumore per nulla», ed il  Sergione nazionale un amministratore come un altro, solo «chiacchiere e distintivo». Non starà per caso cercando, l’ineffabile AD, la giusta occasione per fare l’offeso e sbaraccare tutto da Torino? Se è così dovremmo solo sperare che l'intransigenza del Sindacato non gli fornisca alcuno spunto per facili vie di fuga, augurarci che
tutte le parti in causa tornino alla ragionevolezza e – ultimo ma non meno importante – che la prossima Amministrazione Comunale sappia intervenire nell’ambito del proprio ruolo, affinché la città non subisca un danno irreparabile. Il bene comune (cioè di tutti) passa anche per i posti di lavoro di alcuni.

mercoledì 27 aprile 2011

Tasse sì, tasse no: una proposta indecente

Ho letto con grande attenzione ed interesse, come abitualmente faccio, i due articoli di Luca Ricolfi apparsi rispettivamente su «La Stampa» del 18 e del 20 aprile 2011, riguardo la suggestiva ipotesi che correla la più alta evasione fiscale del Sud rispetto al Nord ad una maggior crescita del PIL pro capite che in questi ultimi 10 anni ha riguardato il meridione d’Italia. Il Prof. Ricolfi, con ampia documentazione, esamina gli andamenti di crescita nei diversi Paesi europei – quindi con differenti regimi fiscali – e giunge alla conclusione quanto mai suggestiva, più volte e da più parti sussurrata, secondo la quale solo con una significativa riduzione della pressione fiscale sia possibile riprendere a crescere. Si tratta di un pensiero che personalmente condivido senza riserve: sono infatti convinta che una condizione indispensabile per il rilancio economico del Paese risieda nella diminuzione delle tasse. I dati presentati da Ricolfi sono impietosi: in Italia la pressione fiscale reale ha raggiunto la parossistica percentuale del 52%, cioè a dire che lo Stato assorbe oltre la metà della ricchezza prodotta o, se si preferisce, che ogni cittadino lavora per lo Stato oltre 6 mesi l’anno e solo la rimanente parte per se stesso e per la propria famiglia. E questo senza considerare la delusione dei risultati che quotidianamente i servizi pubblici offrono al cittadino in termini di giustizia, trasporti, infrastrutture, assistenza, ambiente, previdenza, e via tacendo. Conosciamo bene la prima giustificazione di una simile politica fiscale: il nostro Paese è gravato da un debito pubblico fra i più pesanti del pianeta, dato innegabile agli occhi di tutti, né sarò certo io a volerlo minimizzare, anzi. A maggior ragione a fronte di un debito tanto ingombrante, occorre un drastico cambiamento di rotta per ridurre significativamente la pressione fiscale, e il colpo di timone deve mostrarsi coraggioso e privo di incertezze. Da qui la necessità della mia «proposta indecente» che proverò a formulare in due punti, sia sul fronte delle imprese che su quello delle persone fisiche.
Innanzitutto le imprese, le quali – nella misura in cui costituiscono il motore per lo sviluppo del Paese – devono essere messe in condizione di investire e produrre ricchezza, con tutto ciò che tale ricchezza implica nel miglioramento per le imprese stesse, in termini di competizione sugli scenari internazionali, di aumento dei posti di lavoro, di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie produttive. Con simili premesse proviamo ad immaginare che l’aliquota sul reddito prodotto dall’impresa (IRES) possa essere contenuta in una aliquota base del 10% quale contropartita dei servizi che riceve dallo Stato: a fronte di tale riduzione sarebbe ipotizzabile un trasferimento di tassazione sui dividendi con una ritenuta a titolo d’imposta (la cosiddetta «cedolare secca») pari al 33% dell’utile distribuito. Inoltre occorrerebbe provvedere senza altri indugi all’eliminazione dell’IRAP, imposta che finisce per gravare inevitabilmente sul costo del lavoro, con ciò peggiorando il differenziale competitivo fra il nostro Paese ed i suoi concorrenti internazionali, e quindi incentivando le continue delocalizzazioni in aree prive di questa ulteriore imposizione. Nel contempo, per quanto riguarda le persone fisiche, ed adottando il criterio ormai da tutti condiviso di ragionare in termini di quoziente famigliare, credo che nell’Occidente industrializzato, una famiglia media non possa vivere dignitosamente con un reddito lordo inferiore ai 15.000 Euro l’anno (si tratta di 1.200 Euro mensili); non è dunque immaginabile che a questi livelli di reddito possano essere sottratte imposte a qualunque titolo. Dopodiché, a partire da una simile franchigia, dovrebbero essere previste tre sole aliquote: 15%, 25%, 33%. E non dimentichiamoci di introdurre una profonda semplificazione degli adempimenti: pagare le tasse non piace a nessuno, figuriamoci se a un tale piacere deve aggiungersi l’onere di compilare una dichiarazione dei redditi talmente complicata da richiedere l’intervento costante (e retribuito) di specialisti in materia. 
Orbene, cosa succederebbe del gettito fiscale se si verificassero queste ipotesi? Non è difficile poterene calcolare la dimensione, e a chi immagina una disastrosa riduzione del gettito va risposto che, al contrario, potrebbero presentarsi piacevoli sorprese, soprattutto se contestualmente ad una simile nuova impostazione si procedesse ad una seria riforma delle sanzioni a carico degli evasori e ad un reale inasprimento delle pene (non ultima una carcerazione comminata proporzionalmente all’ammontare evaso). Infine, per sostenere il fabbisogno transitorio senza ricorrere all’ennesimo condono, basterebbe consentire una riapertura dei termini in base alle nuove aliquote, allo scopo di recuperare le imposte non pagate negli ultimi cinque anni (che, se i dati ISTAT non mentono, si aggirano oltre i 500 miliardi di imposta evasa). Per ultimo torniamo ancora un momento sul debito pubblico: abbiamo raggiunto l’impressionante rapporto del 120% debito/PIL. Il costo degli interessi per tale esposizione si aggira sugli 80-100 miliardi di Euro l’anno, ed il prossimo rialzo dei tassi di interesse (già iniziato) farà ulteriormente aumentare questa spesa. Occorre un’ energica azione di riduzione del debito che, a mio avviso, non può essere pensata attraverso una crescita che è tutta di là da venire. Allo stesso tempo il nostro paese possiede un patrimonio immobiliare disponibile che si aggira sui 400 miliardi di Euro, patrimonio che grava sulla spesa corrente, solo per la manutenzione ordinaria, intorno ai 12-16 miliardi di Euro l’anno. Almeno per questo torniamo ad una logica d’impresa: quando il costo del capitale non è più sostenibile si vende ciò che non è strategicamente necessario e si concentrano tutte le risorse economiche sugli investimenti che producono reddito. Poiché anche per lo Stato dovrebbe valere tale principio, basterebbe che con un’operazione chiara e trasparente si mettesse in atto un procedimento della stessa natura: per ogni 10% di patrimonio alienato ed utilizzato alla riduzione del debito si otterrebbe un beneficio immediato sui conti pubblici, per parte corrente, pari a 1,2-1,6 miliardi annui per la manutenzione ordinaria, e una riduzione di circa 2 miliardi di Euro annui di minor spesa per interessi. Scriveva Cicerone: «Cuiusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis, in errore perseverare»; molto liberamente potremmo tradurre che indecente non è proporre soluzioni, ma ostinarsi ad ignorarle.