Sono stata una convinta sostenitrice della rivoluzione contrattuale di Marchionne, ho condiviso con lui la necessità di riformare i metodi della contrattazione in fabbrica alla luce dei nuovi scenari internazionali e nel nuovo contesto mondiale globalizzato. Ho creduto alle parole dell’amministratore della Fiat, che promettevano rilevanti investimenti per Mirafiori e dunque garantivano la conservazione di una significativa struttura produttiva sul territorio, che da sempre rappresenta la culla dell’automotive italiano. Poi, qualche giorno fa, la delusione cocente. Nell’intervista andata in onda su Rai Tre per il programma Report dal salone di Ginevra, un Marchionne sopra le righe, dall’aria annoiata e saccente, alla legittima domanda «a quando il miliardo d’investimenti per Mirafiori?» ha risposto candidamente, come se fosse la cosa più ovvia del mondo: «Con la vendita delle auto prodotte». Basisco e strabilio.
Quando ho sostenuto il SÌ al referendum su Mirafiori – e l'ho fatto anche con un accorato articolo pubblicato sul sito Persona e Danno – ringraziando tutti coloro che avevano avuto la forza ed il coraggio di dire quel SÌ, mi facevo forte della convinzione che l’azionariato Fiat si stava impegnando con un miliardo di Euro d’investimenti, e dunque dava dimostrazione concreta della volontà di voler rilanciare il polo torinese dell’auto. Mai più avrei pensato che l’investimento dovesse essere realizzato con il cash-flow prodotto dalle vendite: dove sta allora lo sforzo della Società? Sono capaci tutti a finanziare con gli utili prodotti, utili in questo caso ottenuti grazie alla rinuncia di diritti da parte dei lavoratori, diritti acquisiti in tanti anni di lotte sindacali, per consentire un rilancio della loro fabbrica sul territorio.
E no, caro Dott. Marchionne, così non va. Gli impegni sono impegni, e non è corretto fare il gioco delle tre carte col destino di migliaia di operai e della stessa città di Torino. A questo punto anche l’affermazione secondo la quale «la testa rimane a Torino, mentre il cuore produttivo si sviluppa nel mondo» non risulta più né chiara né credibile, una frase tanto potente ed immaginifica quanto priva di effettivo significato. La città si aspetta che venga fatta chiarezza, e se Marchionne vuole riacquistare credibilità deve dire apertamente se la Fiat rimane a Torino o se trasferisce i suoi interessi oltreoceano.

Vediamo tutti con quali risorse gli Stati Uniti siano intervenuti per rilanciare Chrysler e capiamo quanto ciò significhi per Fiat, ma Marchionne non può dimenticare finanziamenti altrettanto ingenti che la Società torinese ha ottenuto dall’Italia nei decenni passati, soldi veri che hanno sostenuto il Gruppo in momenti di difficoltà. In compenso il presidente Obama per aprire i cordoni della borsa ha richiesto ed ottenuto piani di sviluppo molto dettagliati; dov'è la stessa accuratezza nell'informazione riguardo il rilancio della produzione italiana? I sacrifici accettati dai lavoratori di Torino meriterebbero risposte altrettanto chiare e documentate. Stesso discorso vale riguardo la trattativa per il futuro della ex-Bertone: si accusa il sindacato di essere critico, ma i piani industriali visti finora restano criptici e fumosi.
Dove sono, Signor Amministratore Delegato, i nuovi modelli di auto? Qual è la tempistica dei nuovi rilasci? Le case automobilistiche europee presentano nuovi modelli tutti i giorni, ma intorno a quelli della Fiat, veri o presunti che siano, aleggia il più fitto ed assoluto mistero. Oppure si pensa ad altri sistemi per recuperare quote di mercato, sistemi che non presuppongono l'uscita di nuovi prodotti?
Il sospetto è che tutta questa cagnara del referendum di Mirafiori si stia rivelando un colossale «molto rumore per nulla», ed il Sergione nazionale un amministratore come un altro, solo «chiacchiere e distintivo». Non starà per caso cercando, l’ineffabile AD, la giusta occasione per fare l’offeso e sbaraccare tutto da Torino? Se è così dovremmo solo sperare che l'intransigenza del Sindacato non gli fornisca alcuno spunto per facili vie di fuga, augurarci che tutte le parti in causa tornino alla ragionevolezza e – ultimo ma non meno importante – che la prossima Amministrazione Comunale sappia intervenire nell’ambito del proprio ruolo, affinché la città non subisca un danno irreparabile. Il bene comune (cioè di tutti) passa anche per i posti di lavoro di alcuni.
Quando ho sostenuto il SÌ al referendum su Mirafiori – e l'ho fatto anche con un accorato articolo pubblicato sul sito Persona e Danno – ringraziando tutti coloro che avevano avuto la forza ed il coraggio di dire quel SÌ, mi facevo forte della convinzione che l’azionariato Fiat si stava impegnando con un miliardo di Euro d’investimenti, e dunque dava dimostrazione concreta della volontà di voler rilanciare il polo torinese dell’auto. Mai più avrei pensato che l’investimento dovesse essere realizzato con il cash-flow prodotto dalle vendite: dove sta allora lo sforzo della Società? Sono capaci tutti a finanziare con gli utili prodotti, utili in questo caso ottenuti grazie alla rinuncia di diritti da parte dei lavoratori, diritti acquisiti in tanti anni di lotte sindacali, per consentire un rilancio della loro fabbrica sul territorio.
E no, caro Dott. Marchionne, così non va. Gli impegni sono impegni, e non è corretto fare il gioco delle tre carte col destino di migliaia di operai e della stessa città di Torino. A questo punto anche l’affermazione secondo la quale «la testa rimane a Torino, mentre il cuore produttivo si sviluppa nel mondo» non risulta più né chiara né credibile, una frase tanto potente ed immaginifica quanto priva di effettivo significato. La città si aspetta che venga fatta chiarezza, e se Marchionne vuole riacquistare credibilità deve dire apertamente se la Fiat rimane a Torino o se trasferisce i suoi interessi oltreoceano.

Vediamo tutti con quali risorse gli Stati Uniti siano intervenuti per rilanciare Chrysler e capiamo quanto ciò significhi per Fiat, ma Marchionne non può dimenticare finanziamenti altrettanto ingenti che la Società torinese ha ottenuto dall’Italia nei decenni passati, soldi veri che hanno sostenuto il Gruppo in momenti di difficoltà. In compenso il presidente Obama per aprire i cordoni della borsa ha richiesto ed ottenuto piani di sviluppo molto dettagliati; dov'è la stessa accuratezza nell'informazione riguardo il rilancio della produzione italiana? I sacrifici accettati dai lavoratori di Torino meriterebbero risposte altrettanto chiare e documentate. Stesso discorso vale riguardo la trattativa per il futuro della ex-Bertone: si accusa il sindacato di essere critico, ma i piani industriali visti finora restano criptici e fumosi.
Dove sono, Signor Amministratore Delegato, i nuovi modelli di auto? Qual è la tempistica dei nuovi rilasci? Le case automobilistiche europee presentano nuovi modelli tutti i giorni, ma intorno a quelli della Fiat, veri o presunti che siano, aleggia il più fitto ed assoluto mistero. Oppure si pensa ad altri sistemi per recuperare quote di mercato, sistemi che non presuppongono l'uscita di nuovi prodotti?
Il sospetto è che tutta questa cagnara del referendum di Mirafiori si stia rivelando un colossale «molto rumore per nulla», ed il Sergione nazionale un amministratore come un altro, solo «chiacchiere e distintivo». Non starà per caso cercando, l’ineffabile AD, la giusta occasione per fare l’offeso e sbaraccare tutto da Torino? Se è così dovremmo solo sperare che l'intransigenza del Sindacato non gli fornisca alcuno spunto per facili vie di fuga, augurarci che tutte le parti in causa tornino alla ragionevolezza e – ultimo ma non meno importante – che la prossima Amministrazione Comunale sappia intervenire nell’ambito del proprio ruolo, affinché la città non subisca un danno irreparabile. Il bene comune (cioè di tutti) passa anche per i posti di lavoro di alcuni.
