Il commento di André al mio post In Italia, esige una risposta articolata in dettaglio. Di seguito vi propongo le mie considerazioni su quattro questioni fondamentali che riguardano il funzionamento – o, se preferite, l'inadeguato funzionamento – della giustizia in Italia.
Per porre rimedio a questa stortura, sarebbe necessario fare uscire la politica dalle aule di giustizia ed impedire che chi è chiamato a giudicare o inquisire un suo pari non risponda a logiche partigiane, ma applichi la legge in modo neutro ed obiettivo, avendo riguardo soltanto al caso concreto che gli viene sottoposto. Partendo dal presupposto che in Italia i magistrati non vengono eletti (siano quelli chiamati a giudicare o quelli incaricati di inquisire, ovvero di esercitare l’azione penale) e che perciò in origine non rispondono a logiche di partito o di partecipazione, il «virus della politicizzazione» viene contratto solo successivamente, vale a dire nel momento in cui, entrati a far parte di un ordine costituzionale, sono chiamati a rispondere del proprio operato al Consiglio Superiore della Magistratura, là dove «si annidano gli untori». La risposta del Governo è stata quella di riformare il CSM, portando da 1/3 alla metà i componenti scelti dal Parlamento, ossia aumentando la quota di politici al suo interno: siamo sicuri che questo sia il modo giusto di ridurre il peso della politica nei tribunali?
Al fine di sradicare la possibile comunione di intenti tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, la riforma propone di separare le carriere: da una parte i giudici dall’altra i PM. Ma il problema persisterebbe comunque: come essere certi dell’imparzialità dei giudici di Appello e di Cassazione se appartengono allo stesso ordine dei giudici di primo grado? Ammesso che attualmente un giudice emani sentenze per fare un favore ad un PM, chi ci assicura che domani un giudice di Appello non modificherà una sentenza emessa da un suo collega di primo grado, ed un giudice di Cassazione non valuterà una sentenza di secondo grado con un occhio di riguardo verso le decisioni prese dal giudice di Appello? Probabilmente, poiché nessuno prima ha rilevato una connivenza tra magistrati chiamati a valutare e decidere in gradi diversi la medesima situazione, la separazione tra giudici e pubblici ministeri deve rispondere ad altre esigenze (sulle quali non è il caso di avventurarsi ad indagare).
Per porre rimedio ad una sperequazione dei giudizi è necessario che situazioni uguali vengano decise in modo uniforme, e situazioni diverse valutate difformemente. La risposta del Governo? Modificare l’obbligatorietà dell’azione penale, ossia non imporre più al PM di svolgere indagini e reprimere tutti i reati senza consentirgli una scelta discrezionale, lasciando al Legislatore non già la legittima scelta su cosa sia o non sia un crimine, ma la facoltà di indirizzare le priorità su quali reati perseguire e quali tralasciare, vale a dire eludendo l'uniformità dell'azione ed aumentando gli spazi di discrezionalità e di conseguente incertezza.
Si dice che i magistrati debbano lavorare di più. Secondo uno studio commissionato dall’UE, la produttività del magistrati italiani – ossia il numero di provvedimenti emessi e di processi celebrati – è la seconda in Europa, così come secondo in Europa è il numero di processi assegnati ad ogni giudice; viceversa il numero di giudici per ogni 10.000 abitanti è il terz’ultimo (sempre in Europa), e il numero di avvocati per ogni 10.000 abitanti è il primo (in Europa). Forse allora, se i processi durano oggettivamente troppo, le ragioni sono più complesse, e dovrebbero tenere conto anche dell'esiguo numero di magistrati (attualmente la scopertura dei posti – già proporzionalmente tra gli ultimi in Europa – è di circa il 20%), dell’assenza di personale amministrativo (anche qui la scopertura è elevatissima, basti pensare che non ci sono stati più concorsi da 15 anni), della carenza di strutture (in moltissime sedi – Tribunale di Roma compreso – i giudici non hanno un proprio ufficio dove lavorare, altro che tornelli…).
Insomma, tutti concordano nella necessità di una riforma della giustizia, anch'io. Ma è davvero questa la giustizia che vogliamo o sarà forse uno di quei casi in cui il fine – quello vero, sotteso a questo gran pasticcio – vorrebbe giustificare i mezzi con i quali si sta cercando di distruggere l’amministrazione del terzo potere dello Stato?

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