martedì 17 maggio 2011

Ricomincio da 108

I risultati di queste elezioni amministrative impongono qualche brevissima considerazione.
Come sempre tutti sono soddisfatti del verdetto delle urne, tanto che sembra che ne siano usciti solo vincitori e nessun vinto. Contento è il PDL, perché è vero che a Milano è andato al ballottaggio, ma è sicuro di vincere al secondo turno; contento è il PD, perché a Milano è andato al ballottaggio e questa è già di per sé una vittoria; raggianti il Movimento 5 stelle e l’IDV, che a Napoli con l’eclatante exploit di De Magistris ha dato un segnale di presenza forte al proprio elettorato. Soddisfatto il Terzo Polo, che adesso si ritiene determinante per le sfide dei secondi turni.
Ebbene, in questa ebbrezza generale e in questo corale delirio di vittoria, la mia voce risulterà leggermente stonata e fuori dal coro: io non sono soddisfatta, per niente.
Non sono soddisfatta del risultato del FLI, che a Torino non ha raggiunto nemmeno l’1,5%; non sono soddisfatta del Terzo Polo, al cui candidato sindaco non è andato neppure il 5% dei voti; e non sono soddisfatta del numero di preferenze che a me personalmente sono state accordate, che attestandosi su 108 mi hanno portato al sesto posto su quaranta della mia lista, prima ed unica donna del partito ad aver ottenuto un numero a tre cifre alla sua prima esperienza elettorale.
Da Roma si congratulano e mi invitano a non abbattermi. Io non mi abbatto e nuovamente ringrazio i 107 che mi hanno votato (la 108esima sono io) eppure, al di là del magro esito di questa tornata elettorale, ritengo sia opportuno ed utile fare qualche seria riflessione per il futuro, non solo a livello locale, ma anche, spero, al livello centrale del Partito.
Questo per me non è stato che l’inizio. Intendo continuare il mio impegno politico in prima persona, perché ci credo, perché penso che sia giusto farlo, perché spero di poter contribuire, in piccola parte, ad estirpare la pessima opinione che la gente ha della politica, e per restituirle almeno un po’ della sua antica dignità.
Negli ambienti politici si sente spesso l’espressione, che personalmente trovo odiosa, secondo la quale «bisogna parlare alla pancia della gente». Per parte mia sono convinta che sia ora di smettere di «parlare alla pancia» (qualunque cosa significhi questo ridicolo modo di dire), e cominciare a parlare alla testa ed al cuore. Il che significa dare un contenuto concreto agli slogan con cui, fino ad ora, ci si è solo riempita la bocca.

lunedì 16 maggio 2011

Un messaggio da un amico che è già una vittoria

Questa mattina ho ricevuto questa e-mail dal mio amico Pietro Mondino.
La pubblico qui perchè, indipendentemente da quelli che saranno i risultati delle urne, è già una grande vittoria.

Cara Luisa,
questa mattina sono andato a votare e, con voto disgiunto, ho espresso la mia preferenza per te.
Non è però questo il motivo per cui ti scrivo. Volevo infatti solo farti sapere che ho ammirato la tua scelta di scendere in campo: quando ho ricevuto la tua prima mail del 22/03 in cui annunciavi la tua candidatura mi ha subito colpito la tua affermazione di voler passare dalle lamentele ai fatti. Quante volte ho sentito questa frase e quante volte anche io ho manifestato questo pensiero ad alta voce. Finché però non si ha il coraggio di metterci la faccia rimane sempre e solo una frase che ben riempie la bocca. Tu invece ti sei messa in gioco, ti sei spesa in prima persona e sei passata dal dire al fare. Ammiro questo tuo coraggio e la voglia di investire il tuo tempo per il bene comune. Sono certo che tu stia affrontando questa sfida con l'obiettivo di mettere a disposizione, con puro spirito di servizio, le tue competenze e la tua onestà.
Mi auguro che il tuo messaggio sia arrivato forte e chiaro a molti in modo che tu possa immediatamente metterti all'opera e tentare un'impresa certamente molto difficile. Di una cosa sono comunque certo: che tu esca «vincitrice» da questa tornata elettorale o che, invece, tu abbia cominciato a seminare per una futura vittoria, almeno per una volta ho espresso un voto con convinzione.
Indipendentemente dall'esito, come mio candidato, ti ringrazio. Ritengo comunque che il dovere di un elettore non sia solo quello di esprimere, per mezzo del voto, la propria scelta. Egli deve infatti appoggiare ed aiutare il proprio "campione" affinché possa cercare di mettere in pratica le sue convinzioni. Il tempo a mia disposizione è molto limitato (una buona scusa sempre valida), tuttavia se avessi bisogno, in futuro, di bassa manovalanza non qualificata a costo zero, fai un fischio ed io cercherò di mettermi a disposizione.
Grazie ancora ed a presto,
Pietro

Grazie a te Pietro, e grazie a tutti gli amici che mi hanno sostenuto in queste settimane.

sabato 14 maggio 2011

Ad un giorno dal voto del 15 e 16 maggio

E così siamo arrivati al giorno prima del voto.

E come La notte prima degli esami che ci cantava Venditti negli anni '80, tra le telefonate di «mantenimento» agli amici, gli appelli dell'ultima ora, gli ultimi santini che passano di mano in mano, non resta che aspettare e vedere quale risultato ci offriranno le urne.

Per il momento mi sento in pieno mood «comunque vada sarà un successo». Sì, perchè qualunque sia il risultato che verrà fuori da queste elezioni, per quanto mi riguarda personalmente è stata una esperienza incredibile, che sono felice di aver fatto e che rifarei esattamente allo stesso modo (tranne forse il numero esorbitante di materiale che ho fatto stampare e che prevedo salterà fuori dagli anfratti più impensati nei decenni a venire...), con lo stesso entusiasmo e con le persone impagabili che mi hanno accompagnato in questi due mesi matti e diperatissimi.

Spero che mi voterete in tanti, così da poter sedere in Consiglio Comunale e mantenere quanto ho promesso di fare per la nostra Torino.

Se volete darmi la vostra fiducia, sulla scheda azzurra del Consiglio Comunale mettete una croce sul simbolo FLI e scrivete DI GIACOMO sulla riga corrispondente... niente panico: la scheda sembra un lenzuolo, ma se ne viene a capo. Il simbolo FLI è tutto a destra. Così facendo, voterete automaticamente anche il candidato sindaco Alberto Musy.

Vi aspetto al voto.

Venite con me.

giovedì 5 maggio 2011

Quando il fine non giustifica i mezzi

Il commento di André al mio post In Italia, esige una risposta articolata in dettaglio. Di seguito vi propongo le mie considerazioni su quattro questioni fondamentali che riguardano il funzionamento – o, se preferite, l'inadeguato funzionamento – della giustizia in Italia.

1. I magistrati sono politicizzati.
Per porre rimedio a questa stortura, sarebbe necessario fare uscire la politica dalle aule di giustizia ed impedire che chi è chiamato a giudicare o inquisire un suo pari non risponda a logiche partigiane, ma applichi la legge in modo neutro ed obiettivo, avendo riguardo soltanto al caso concreto che gli viene sottoposto. Partendo dal presupposto che in Italia i magistrati non vengono eletti (siano quelli chiamati a giudicare o quelli incaricati di inquisire, ovvero di esercitare l’azione penale) e che perciò in origine non rispondono a logiche di partito o di partecipazione, il «virus della politicizzazione» viene contratto solo successivamente, vale a dire nel momento in cui, entrati a far parte di un ordine costituzionale, sono chiamati a rispondere del proprio operato al Consiglio Superiore della Magistratura, là dove «si annidano gli untori». La risposta del Governo è stata quella di riformare il CSM, portando da 1/3 alla metà i componenti scelti dal Parlamento, ossia aumentando la quota di politici al suo interno: siamo sicuri che questo sia il modo giusto di ridurre il peso della politica nei tribunali?

2. Giudice e Pubblico Ministero appartengono allo stesso ordine professionale.
Al fine di sradicare la possibile comunione di intenti tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, la riforma propone di separare le carriere: da una parte i giudici dall’altra i PM. Ma il problema persisterebbe comunque: come essere certi dell’imparzialità dei giudici di Appello e di Cassazione se appartengono allo stesso ordine dei giudici di primo grado? Ammesso che attualmente un giudice emani sentenze per fare un favore ad un PM, chi ci assicura che domani un giudice di Appello non modificherà una sentenza emessa da un suo collega di primo grado, ed un giudice di Cassazione non valuterà una sentenza di secondo grado con un occhio di riguardo verso le decisioni prese dal giudice di Appello? Probabilmente, poiché nessuno prima ha rilevato una connivenza tra magistrati chiamati a valutare e decidere in gradi diversi la medesima situazione, la separazione tra giudici e pubblici ministeri deve rispondere ad altre esigenze (sulle quali non è il caso di avventurarsi ad indagare).

3. Non vi è certezza del diritto.
Per porre rimedio ad una sperequazione dei giudizi è necessario che situazioni uguali vengano decise in modo uniforme, e situazioni diverse valutate difformemente. La risposta del Governo? Modificare l’obbligatorietà dell’azione penale, ossia non imporre più al PM di svolgere indagini e reprimere tutti i reati senza consentirgli una scelta discrezionale, lasciando al Legislatore non già la legittima scelta su cosa sia o non sia un crimine, ma la facoltà di indirizzare le priorità su quali reati perseguire e quali tralasciare, vale a dire eludendo l'uniformità dell'azione ed aumentando gli spazi di discrezionalità e di conseguente incertezza.

4. I tempi dei processi sono eccessivi.
Si dice che i magistrati debbano lavorare di più. Secondo uno studio commissionato dall’UE, la produttività del magistrati italiani – ossia il numero di provvedimenti emessi e di processi celebrati – è la seconda in Europa, così come secondo in Europa è il numero di processi assegnati ad ogni giudice; viceversa il numero di giudici per ogni 10.000 abitanti è il terz’ultimo (sempre in Europa), e il numero di avvocati per ogni 10.000 abitanti è il primo (in Europa). Forse allora, se i processi durano oggettivamente troppo, le ragioni sono più complesse, e dovrebbero tenere conto anche  dell'esiguo numero di magistrati (attualmente la scopertura dei posti – già proporzionalmente tra gli ultimi in Europa – è di circa il 20%), dell’assenza di personale amministrativo (anche qui la scopertura è elevatissima, basti pensare che non ci sono stati più concorsi da 15 anni), della carenza di strutture (in moltissime sedi – Tribunale di Roma compreso – i giudici non hanno un proprio ufficio dove lavorare, altro che tornelli…).

Insomma, tutti concordano nella necessità di una riforma della giustizia, anch'io. Ma è davvero questa la giustizia che vogliamo o sarà forse uno di quei casi in cui il fine – quello vero, sotteso a questo gran pasticcio – vorrebbe giustificare i mezzi con i quali si sta cercando di distruggere l’amministrazione del terzo potere dello Stato? 

lunedì 2 maggio 2011

In Italia

In Italia, ogni mattina, un deputato si sveglia. Sa che se vuole evitare i processi a Berlusconi dovrà inizare a scrivere una riforma della giustizia.
In Italia, ogni mattina, un giudice si sveglia. Sa che se vorrà vedere Berlusconi in tribunale dovrà opporsi ad una riforma della giustizia.
In Italia, ogni mattina, non importa che tu sia un deputato berlusconiano o un giudice, l'importante è che inizi a fare quello per cui sei pagato: evitare i processi al tuo capo, o giudicare gli imputati.

domenica 1 maggio 2011

Conoscere per scegliere

Ricevo e volentieri pubblico:

Cara Luisa,
amministrare una città come Torino non è mai cosa banale, e in questi anni a venire sarà veramente un impegno di notevole difficoltà. È tempo di elezioni e, poiché per scegliere con consapevolezza occorre prima conoscere, voglio ricordare – a te e a tutti – tre eventi di grande importanza per la nostra città, nei quali le ultime amministrazioni hanno giocato un ruolo significativo.
Era il 1998 quando la Fondazione CRT decise la fusione della Cassa di Risparmio di Torino (Banca CRT) al Credito Italiano, dando così origine insieme ad altre banche al «colosso del credito» UNICREDIT. UNICREDIT, di cui oggi la Fondazione CRT è ancora uno dei soci più rilevanti (credo il secondo azionista), stabilì la sua sede operativa a Milano, in piazza Cordusio, sotto la guida dell’Amministratore Delegato Alessandro Profumo. Torino perdeva così il controllo della sua  storica Cassa di Risparmio, a beneficio di un nuovo e grande soggetto creditizio con la «testa» saldamente posizionata a Milano. Il sindaco della città era allora Valentino Castellani, professore del Politecnico di Torino, prestato alla politica cittadina sotto la valente regia di Enrico Salza.
Correva l’agosto 2006 quando lo stesso Enrico Salza decise di fondere l’altra grande banca di Torino, il Sanpaolo IMI che presiedeva, con la milanese Banca Intesa; decisione presa con la benedizione della Compagnia di San Paolo, presieduta dall’avv. Franzo Grande Steven. Nel gennaio 2007 nacque così il nuovo soggetto creditizio, denominato Intesa Sanpaolo e saldamente guidato da Corrado Passera, ex Amministratore Delegato di Banca Intesa, la cui testa pensante è tuttora in piazza della Scala a Milano. Torino perdeva così un’altra banca a beneficio della piazza finanziaria Milanese;  sindaco della città era Sergio Chiamparino.
Sempre nel corso dell’anno 2006, la Toro Assicurazioni di Torino, una delle più grandi compagnie di assicurazione italiane, venne acquisita dalle Assicurazioni Generali di Trieste, la cui testa pensante è divisa fra Trieste e Milano.
Infine nel giugno 2008 il nuovo Presidente della Compagnia di San Paolo Angelo Benessia, con il favore del sindaco Sergio Chiamparino, decise di non rinnovare l’incarico di Presidente del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo ad Enrico Salza, da molti ritenuto responsabile di non aver tutelato a sufficienza le ragioni e gli interessi di Torino: Chiamparino, anche se in ritardo, aveva dunque di fatto riconosciuto che la fusione di San Paolo IMI con Banca Intesa tutto era stata fuorché paritetica.
Cara Luisa, ho voluto ricordare questi tre eventi che hanno turbato il sonno di molti nostri concittadini – ai quali tali scelte hanno modificato sensibilmente la qualità della vita – perché nel momento di scegliere chi dovrà rappresentare gli interessi di Torino per i prossimi cinque anni tutti possano fare tesoro di ciò che è accaduto, consapevoli del fatto che, dalle scelte di coloro che andremo ad eleggere, dipenderà molto della nostra vita lavorativa e del futuro dei nostri figli.


Alfredo Quazzo