Il mio manifesto politico

Torino, quel sogno da sussurrare

C’è stato un tempo, ce lo insegnava Aristotele, in cui alla politica era affidato il compito di guidare e governare le città, un compito assegnato ai più retti e meritevoli, un tempo nel quale – come dice Russell Crowe nel Gladiatore – «c’era un sogno che era Roma. Si poteva solo sussurrarlo, perché qualcosa di più forte di un sussurro l’avrebbe fatto svanire». E infatti oggi, che ai sussurri si sono sostituite le urla, la politica è diventata sinonimo di corruzione, di illegalità, di vizio: la somma di tutti i mali di un Paese, il peggio che l’Italia sappia esprimere. Un panorama davvero sconfortante per chi alla politica si vorrebbe dedicare, per chi si ostina a credere che un «buon governo» sia possibile. Dobbiamo allora rassegnarci ad aspettare che le cose «cambino da sé»? Non è possibile impegnarsi senza per questo venire accomunati al malcostume generale? L’alternativa è dunque solo quella di essere vittima o complice di questo sistema? Fortunatamente no.
C’è chi è convintamente disgustato dall’attuale stato delle cose, ma sa altrettanto bene che per cambiare occorre mettersi in gioco, anche se si è giovani, anche se si è donna. Anzi, proprio perché è giovane, proprio perché è donna, c’è chi sa quanto sono importanti parole come «famiglia», «figli», «futuro». Famiglia, perché è ancora vicino il ricordo delle opportunità che i nostri genitori ci hanno offerto. Figli, perché vorremmo che tutti potessero garantire loro lo stesso aiuto affettuoso, lo stesso sostegno responsabile. Futuro, perché guardare al passato per dare a qualcuno la colpa di ciò che non si è fatto, nasconde ancora una volta la voglia di non farlo. E allora bisogna aggiungere a queste tre parole una quarta: la parola «città».
Torino è la città della storia e della cultura, della scienza e del lavoro; prima capitale d’Italia, simbolo del Risorgimento così come del progresso sociale e civile del nostro Paese. Città dell’automobile e delle telecomunicazioni, della grande finanza e del cinema; città di antiche e prestigiose università così come di reliquie venerate dalla pietà popolare. Patria del diritto come della filosofia, delle scienze come delle arti. Torino è la mia città e di questa città io vado orgogliosa.
Torino è stata il motore di due risorgimenti: il primo è il Risorgimento politico, militare e «storico», quello che ha portato all’Unità d’Italia e di cui quest’anno festeggiamo i 150 anni. Ma Torino ha saputo animare anche un secondo risorgimento, quel «miracolo economico» che ha consentito all’Italia, devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, di tornare ad essere uno dei paesi più sviluppati dell’Occidente, nonché di disporre di quel benessere diffuso di cui godiamo tuttora. Ho detto che non mi piace guardare al passato, ma è innegabile quanto nel presente Torino abbia perso il suo smalto e sembri ripiegata su se stessa, quasi abbia abdicato a quel ruolo di guida per lo sviluppo del Paese.
In realtà questo stato di cose non è che la conseguenza di un atteggiamento, quello secondo il quale, a cominciare dalla politica, la classe dirigente non si è più preoccupata di raggiungere traguardi nuovi, ma soltanto di mantenere e preservare quelli già raggiunti: ancora una volta ci si è preoccupati di conservare il passato anziché affrontare le sfide del futuro. Così l’energia, l’entusiasmo e la convinzione che i nostri genitori avevano impegnato per ricostruire un Paese sulle macerie di un passato che nessuno desiderava replicare, si sono sclerotizzati nella meschina difesa dei privilegi raggiunti, dimenticando quanto questi ultimi non costituiscano soltanto dei diritti, ma siano il frutto dei sacrifici e della determinazione di chi ci ha preceduto. Eccoci allora al presente: il lavoro è precario, i figli un lusso, la casa un miraggio – sempreché, beninteso, non ci aiutino mamma e papà – la carriera un’utopia, il merito una barzelletta; il tutto in attesa di una pensione insufficiente e di un’assistenza inadeguata. Che meraviglia!
Io voglio che Torino ci riporti a quel sogno, il sogno della buona politica, non solo da sussurrare, ma da gridare con entusiasmo, per dare nuova speranza a chi questo entusiasmo lo sta perdendo un poco tutti i giorni.
Queste sono le ragioni per le quali ho deciso di impegnarmi in prima persona e con il vostro aiuto, insieme, realizzeremo il terzo Risorgimento di Torino.
Venite con me. 

Perché FLI

Sono nata in una famiglia della media borghesia piemontese. In casa, fin da piccola, sono stata educata secondo i principi di lealtà, rispetto degli altri, onore e legalità, valori che hanno ispirato i fautori del Risorgimento liberale prima, ed i padri costituenti poi. Credo nella libertà di pensiero, di culto, di impresa, e sono convinta che ogni sua negazione – con qualunque buona intenzione venga perseguita – mortifichi l’individuo e ne limiti la crescita personale. Per me la libertà rappresenta un bene primario, e credo che perciò debba trovare come limite solo il rispetto della libertà altrui. Ma la libertà non si nega soltanto impedendo di esprimere un pensiero, di professare un culto o di intraprendere un’iniziativa; esiste anche una libertà negata evitando di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo e di garantire a tutti le medesime opportunità, così che i diritti di tutti finiscano per costituire i privilegi di alcuni soltanto. Perché allora scegliere Fini, se la mia formazione culturale e personale non ha mai avuto nulla in comune con il percorso compiuto in questi anni da Presidente della Camera?
Anzitutto proprio perché gli riconosco l’onestà intellettuale ed il coraggio di aver saputo indirizzare la sua storia e la sua esperienza politica in una prospettiva liberale: la politica deve occuparsi dell’oggi, e le accuse di rinnegare o rimpiangere sono ugualmente infondate proprio perché ancorate al passato. Solo i fanatici rifiutano un’analisi critica delle proprie posizioni, solo gli sciocchi non sono in grado di effettuarle. Allo stesso modo, se dopo una lunga e sofferta riflessione, ci si rende conto di essersi invischiati fra cortigiani che per tornaconto personale si genuflettono davanti agli interessi del sovrano, occorre coraggiosamente dare un taglio netto con quel mondo. Con quel mondo, ma non con quelle idee convintamente propugnate di rivoluzione liberale della società, di ritorno alla legalità, di riscoperta del buon gusto e della sobrietà. Se voler riportare al centro del dibattito politico le priorità che riguardano direttamente i cittadini, se occuparsi dello sviluppo economico del Paese e del lavoro, se garantire concretamente le libertà di espressione, di culto e d’impresa, se tutto questo per alcuni significa «tradimento», allora sono fiera di «tradire». Fini si è rimesso in gioco in prima persona rischiando molto – forse tutto – per uscire dal pantano della scena politica nazionale, per riaffermare un progetto di chiara intonazione moderna ed europea, pensando in grande, pensando all’oggi.
Il Nuovo Polo della Nazione a cui Futuro e Libertà ha aderito insieme all’Unione di Centro ed all’Alleanza per l’Italia rappresenta questa speranza di poter cambiare qualcosa concretamente. È per questo che ho sentito forte l’impulso di dare il mio contributo, per non dover correre il rischio di sentirmi dire un giorno dai miei futuri figli: «Ma tu dove eri quando si tentava di migliorare le cose?» Oggi io ci sono.

Cinque proposte per Torino

  1. Sviluppare nuove imprese, sempre più innovative, in settori nei quali la competizione si giochi sulla conoscenza e sul sapere.
  2. Creare  strumenti di credito, a condizioni vantaggiose, per offrire alle giovani generazioni l’opportunità di una vita adulta e responsabile, come comprarsi una casa e mettere su famiglia.
  3. Valorizzare il patrimonio scientifico, culturale, storico e artistico, di Torino per un rilancio della città sotto il profilo turistico.
  4. Sviluppare seriamente e concretamente il telelavoro, al fine di favorire l’ambiente e le possibilità di impiego.
  5. Intensificare l'adozione di nuove tecnologie per facilitare ai cittadini l’accesso agli uffici pubblici, l’evasione delle pratiche amministrative, l’assistenza domiciliare ai malati ed agli anziani, l’organizzazione dei servizi sanitari.